Questo titolo esiste per essere cliccato

E per far leggere ciò che c'è dentro.

Vi capita mai di pensare ai voi del passato? A me sì, l’altra notte. Stavo scrollando Facebook (che da quando ho compreso il pieno potenziale di Tik Tok mi sembra di vedere un rudere) e avevo trovato un articolo che spiegava perché le arance vengono vendute all’interno di retine rosse e mentre ne venivo pericolosamente attratta e l’orologio segnava 3:15, gli sceneggiatori della mia vita hanno deciso di piazzarci un flashback. Sant’Agata di Militello. 2008. Una giovane Anna scriveva poesie guardando il mare dalla finestra della sua stanza, sognando di andare via. Ascoltavo metal, analizzavo i testi delle canzoni, mi perdevo nelle loro sfumature, nei loro mille significati. E la scena ritorna ai giorni nostri, eccomi qui, a 31 anni. Milano, 3:18 de la mañana. Ok Google, quanti anni ha Umberto Smaila?


Ciao teleleggitori di questa umile newsletter, siete sintonizzati su Anneddoti, che a cadenza AC/DC vi parla di cose successe nell’internet, riflessioni sulla vita, sulle cosine lgbtq+ eccetera e vi aggiorna sui meme. Potete darmi del soldo se vi piace ciò che scrivo, seguirmi sui social, iscrivervi alla newsletter se non siete iscritti, fare una giravolta e farla un’altra volta.

La scorsa settimana vi ho parlato di lavoro, è un argomento su cui tornerò, non temete. Se ve lo siete pers@, cliccate qui per recuperarlo.

Oggi invece ne approfitto dell’ahimè ritorno di un caso di cattiva comunicazione per parlarne, ma prima faccio una piccola digressione a riguardo.


Mi chiedo spesso come si faccia a parlare dell’attualità in maniera così veloce, specie su argomenti così complessi, col rischio probabilmente di essere l’ennesima persona che comunica l’ennesimo non richiesto punto di vista di pancia e stancare il lettore e/o confonderlo. La saturazione da news feed credo la conosciamo tutti, è quello di cui parlo qui, in questa intro, ed è quella cosa che di solito mi fa sbuffare e dire “vabbè, non ha senso aggiungere qualcosa all’argomento”. Tuttavia credo che sia il caso utilizzare il dibattito nato a riguardo in queste settimane/mesi su fatti di cronaca per riflettere tutti insieme su un tema non affatto semplice.

Notizie della stampa italiana, dei social, algoritmi, transgender, pronomi e rant più lunghi dei rotoloni Regina

Un mese fa ci è stata annunciata la tragica morte di una ragazza di 18 anni. Il movente? La transfobia. Aggiungo anche: la cultura del patriarcato, il possesso e il controllo della/delle donna/e di casa.

Michele Gaglione ha ucciso la sorella Maria Paola perché stava con Ciro, un ragazzo transgender.

Una tragedia che dovrebbe dar spazio solo alle lacrime, per una vita spezzata. E invece dobbiamo fare anche spazio alla vergogna e allo schifo, per i motivi aberranti per cui ciò è accaduto e per come i media hanno trattato la vicenda. O, estendendo, per come i media trattano tutte le vicende che concernono transfobia, omofobia, femminicidio e stupro.

Qualche giorno fa, Petra De Sutter è diventata vice prima ministra del nuovo governo belga e ministra della Pubblica amministrazione ed è la prima donna transgender a ricoprire la carica di ministro in Europa. Eppure, potrete già immaginare come i media italiani abbiano saputo titolare le loro news a riguardo, qui un post degli amici di uonnabi.

Ecco cosa succede in questi casi: qualcosa di brutto correlato al mondo transgender -> media italiani che scrivono cazzate -> contro-informazione (corretta) fatta da pagine lgbtq+ passivo/aggressive che scrivono papiri che leggeranno solo gli interessati e quindi potenzialmente già informati.

Il problema è solo uno: come si fa a parlare di qualcosa che non si conosce? Lo si fa andando alla fonte, quindi parlando con chi giorno dopo giorno ha bisogno di qualcuno che racconti il suo pezzo di mondo. Il mondo dell’editoria italiano è composto da persone che devono scrivere il loro pezzo più velocemente degli altri, perché l’algoritmo sennò chi lo sente. I giornalisti/blogger/writer devono quindi o acquisire informazioni nella maniera più semplice e veloce possibile, oppure scriveranno secondo ciò che sanno.

La possibilità che un giornalista de La Repubblica di 56 anni, maschio, bianco, cis ed etero conosca il mondo transgender del 2020 è molto bassa.

Possiamo e dobbiamo incazzarci, certo: possiamo e dobbiamo farlo perché non c’è diversità nelle redazioni, possiamo e dobbiamo incazzarci perché non ci viene data voce, possiamo e dobbiamo incazzarci perché continuano a sbagliare, a non scusarsi, a non informarci, a ucciderci ogni volta, mille volte e potrei continuare questo elenco all’infinito.

Ma possiamo e dobbiamo rimproverarci in qualità di comunità lgbtq+ per l’incapacità di educare chi vuole sapere.

Come pretendiamo di cambiare la narrativa se non spieghiamo al mondo il nostro alfabeto? Come facciamo a far costruire loro le giuste storie se conoscono i nostri eroi ma non hanno la nostra scheda pg?

Questo non vuole essere un post di giustificazioni: tutti hanno internet, l’ignoranza con uno smartphone in mano è una scelta e noi gente lgbtq+ non abbiamo firmato un contratto dove, oltre a dover ballare tassativamente quando c’è Lady Gaga in radio dobbiamo spiegare ad ogni essere umano sulla nostra strada come ci si comporta con noi. Ma così come compiamo l’atto politico del pride, dell’attivismo vario ecc., è nostra responsabilità cambiare questa situazione comunicativa e non saranno solo i post di settordici pagine gay incazzate che fanno wall post infiniti pieni di bile e sarcasmo a salvarci dagli articoli sbagliati.

Io non trovo soluzioni che non siano educare pazientemente e a voce alta ogni volta che sia necessario. Non trovo una soluzione che non sia andare a bussare a quei giornali e chiedere affinché cambino pronomi, frasi. Io lo faccio quando ho tempo, quando ne ho le energie. Spesso è un buco nell’acqua, ma può non esserlo se le voci diventano tante, se il volume diventa così alto da non poter non ascoltare.

Le questioni di genere e orientamento – in questo caso specifico la questione transgender di cui stiamo parlando è un continuo work in progress di lingua, società, leggi e dinamiche, ed è anche composto da un miliardo di sfumature assolutamente personali. Essendo un continuo divenire, senza punti di riferimento informativi (siti, portali, community), senza portavoce o ‘esempi’, come possiamo pretendere che tizio possa capire i dilemmi stessi della comunità trans/lgbtq+?

Faccio un esempio: mi piace un ragazzo transgender. Sono etero? Sono pansessuale? Sono bisessuale? Fanculo le etichette, direte, love is love – e invece no. Perché definirci aiuta a spiegarci meglio fuori e dentro. Non voglio però entrare nel merito di questo punto e di tutti i punti interrogativi in questione altrimenti viene un papiro infinito (mi piacerebbe farlo, però, quindi se volete ne parlerò in un prossimo approfondimento, magari con qualcuno della comunità stessa), il punto è che non c’è una risposta giusta a questo quesito. Cosa si fa, quindi? La guerra dei poveri a suon di likes ai post megaextralunghi oppure i tutorial illustrati su come capire come il mondo sta cambiando?

Io preferisco rispondere ad ogni domanda che mi viene posta sul mio orientamento sessuale, ogni volta che me la sento. Non risolvo nulla col sarcasmo, con l’aggressività, se non indisporre il mio interlocutore, che per paura e vergogna non chiederà nulla.

I pregiudizi sono comodi: ci aiutano a decodificare una realtà altrimenti troppo complessa. Sono la nostra coperta, calda, comoda e accogliente. Rinunceresti mai alla tua coperta in pieno inverno? No. Lo faresti se l’ambiente attorno a te è riscaldato.

Mi rendo conto che non dobbiamo essere i badanti dell’informazione di nessuno. Ma d’altro canto, ad ogni tragedia, mi convinco sempre di più che alla fine quella che legge quei post così sentiti, così incazzati, così veri, sono sempre io e non mia madre.

E noi dobbiamo arrivare alle madri, così che nessun blogger abbia il bisogno di scrivere un post sensazionalistico del tipo “ha 57 anni ma è donna da 17” per convincerle a cliccare. Alle redazioni. Dobbiamo uscire dai nostri feed per arrivare a quelli del giornalista che non sa usare i nostri pronomi.

Dobbiamo essere incazzati e dobbiamo farlo bene.


…Nelle puntate precedenti dell’Internet

Io vi giuro che qualche settimana fa avevo sognato Vanessa Incontrada sul palco del TEDx e mi chiedevo ma chissà dov’è finita. A quanto pare ha preso peso ed è su Vanity Fair, in copertina, a ricordare al mondo mainstream che ogni loro certezza sta crollando: non ci sono più i di una volta (e meno male). Potete leggere riflessioni ben più valide della mia a questo indirizzo. Tutti hanno visto The Social Dilemma, anche quelli di Facebook, che hanno deciso di risp. sul mio così. Nuove puntate de Il Decreto sembrano affacciarsi ai nostri balconi. Per Quarto Grado cantare la sigla di Yu-Gi-Oh! è indice di pericolosità (?). Alla Tassoni hanno scoperto di essere un fenomeno v a p o r w a v e, quindi hanno assunto un Social Media Manager per cavalcare l’onda del trend, qualche anno in ritardo. Inutile dirvi la reazione degli esteti. Su TikTok si parla in 𝓬𝓸𝓻𝓼𝓲𝓿𝓸.

✨ Personaggio/meme della settimana/mese: Katuxa Close - la canzone

💡Riflessione della settimanaE ora parliamo di accettazione del grasso | Vanity Fair

🔗 Sito della settimana/mesePondr. TikTok per laggente che scrive, come noi.

📖 Reading List


È stato divertente giocare in allegria anche quest’oggi con voi. Se volete fare due chiacchiere sui temi di questo episodio delle newsletter, rispondetemi pure via email, commentate, insomma, fate un po’ ciò che volete come sempre. Noi ci sentiamo la prossima settimana, o insomma quando è pronta, ormai lo sapete.

Voi statemi bene e state un po’ più a casa, perché il coviddi c’è e non posso perdere subscribers.

𝓬𝓲𝓪𝓸!