Stranger Things: perché si fa coming out alla fine del mondo
Questo è un estratto del pezzo che potete leggere per intero su IGN Italia.
Attenzione, questo articolo contiene spoiler sulla trama della quinta stagione di Stranger Things. Se ancora non avete avuto modo di guardarla, forse vi conviene ripassare più avanti.
Il coming out di Will non è stato così diverso dai miei. Uso il plurale perché, anche se siamo nel 2026 e molti di voi credono che non sia più necessario, lo è e non si fa una volta sola. Ma le prime volte che ho dovuto comunicare al mondo la mia omosessualità avevo Vecna dentro ogni sinapsi, sul mio petto. Mi stritolava con le sue braccia-rami. Non ero ad Hawkins, non stavo rischiando la vita. Ero nel mio paesino della Sicilia, impaurita, diversa. Esattamente come lui in quella città fittizia, nel Sottosopra.
Nessuno ti dà un manuale di istruzioni nei rapporti personali, perché tutti, tutte e tutt* dalla mia generazione - classe 1989 - in giù siamo stati tirati su come persone con la sessualità settata su default. Eterosessuale. Cresci così, quindi, con delle informazioni interiorizzate già dalla tenera età. Il genere, i giocattoli che usi, il ruolo sociale che avrai in base a esso, le caratteristiche che dovresti avere. Will guarda Mike, Dustin e Lucas avere le loro prime cotte e le loro prime relazioni. Will è diverso perché è stato nel Sottosopra. Quel posto, se sei gay in un periodo in cui esserlo non è una passeggiata di salute (non che adesso lo sia) lo conosci bene; sai cosa significa essere felice per i tuoi amici ma sentire che qualcosa non va. Sai che ti senti solo. Molto. Nessuno ti dà un manuale d’istruzioni in nessun caso, nella vita, ma puoi osservarla per cercare di capirla e di muoverti all’unisono con ciò che credi possa farti felice - perché vedi felici tutti gli altri e quindi pensi sia quello il tuo percorso.
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Ho la mia prima relazione, è una donna. Sto aspettando l’autobus insieme a un’amica. La mia ragazza di allora mi scrive un SMS: "vorrei tantissimo tenerti per mano, piccola mia". Leggo il messaggio, sorrido, poi guardo lei, spero non si sia accorta che sorridevo. Oddio, che schifo. Ho un’onda di repulsione per ciò che sento, che in quel momento ho la percezione che rappresenti il 100% di ciò che sono. Ne parlo o no? Tiro il dado. Non faccio nulla. Vecna ha la meglio, mi dice: "nessuno ti capirà, se lo dirai". Continua, "pensi tu sia come gli altri? Pensi ci sia spazio per te?". E in effetti, inizio a passare in rassegna ciò che so: San Valentino è la festa degli innamorati, un uomo e una donna; Titanic è Jack e Rose, FFVIII è Squall e Rinoa, Xena e Olimpia sono "solo grandi amiche", Ti amo di Umberto Tozzi fa "fammi abbracciare una donna che stira cantando", i fotoromanzi, gli Harmony, le soap opera, i fumetti, Sailor Moon e Milord, Ranma e Akane, Tonio Cartonio e la gnoma Linfa, cosa avrei dovuto rispondere a Henry? Non era un bugiardo. Non c’era spazio per me.
