Questa mail è lunga un sacco

Come la vostra digestione post-festività

Ho iniziato questa lettera (si può chiamare così?) a Roma, spinta da una riflessione nata davanti ad un piatto (enorme) di carbonara, durante un pranzo con un amico e la sua ragazza. In questa tipica osteria a conduzione familiare, con pochissimi coperti e dialoghi veraci tra proprietari e clienti abituali, abbiamo parlato del male della nostra generazione, quella sensazione perenne che ci spinge ad un certo punto a sfornare un figlio, cercare un partner o a sentirci depressi perché non troviamo il nostro posto nel mondo. Cosa sbagliamo? Perché non riusciamo a rispondere alle domande del cenone/pranzo di Natale/festività varie in tranquillità?

Ma prima la sigla.


Ciao!

Stai leggendo la 3 puntata di Anneddoti, la newsletter di un’ennesima sconosciuta dell’internet (o della tua ex alunna, ex fidanzata, conoscente su Facebook, amica fedele, inseriscidefinizionequi). In questo lungo delirio ti parlerò di come sfuggire alla propria vita preconfezionata utilizzando le forbici dalla punta arrotondata, abbondante colla vinilica e nessun aiuto da parte dei soldi di mamy&dady.

Poi vi metterò dei linkini random come sempre. Se vi piace leggermi e pensate che questa storia possa essere utile a qualcuno, condividete pure senza pietà come Anna Oxa. Ascoltiamocela insieme, che è da tanto che non la senti, vè?


Ho preso due decisioni coraggiose nella mia vita: andare via dall’Italia e ritornarci. Le ho prese entrambe in momenti di disperazione totale. Nel primo caso non riuscivo ad alzarmi dal letto per fare le cose anche più basiche della mia vita. Nel secondo, sono scappata da un luogo tossico in cui la cosa più carina che succedeva era il mobbing.

Qualche giorno fa ho visto moltissimi linkare un articolo, uno dei soliti in stile The Vision, costruiti per essere letti solo da chi già la pensa come chi scrive e con quantitativi di sarcasmo che si potrebbe aprire una sarcasmeria. In quel pezzo praticamente un millennial qualunque puntava il dito contro i padri e le madri – i boomers, per parlare il linguaggio di oggi – e diceva sostanzialmente “voi cccciii avete rrrovinatii!”.

Tutto bellissimo, eh. Boom di condivisioni, stessi dialoghi su come siamo nella merda, poche e/o nulle soluzioni. Anche questa newsletter non vi darà una soluzione, eh, sia chiaro. O meglio, non vi farò un tutorial su come cambiare la vostra vita, acquistare casa e trovare l’ammòre, ma magari c’è qualcosa su WikiHow. Però vi racconterò dello stato d’animo che mi ha fatto scattare la molla del cambio vita e lo sto facendo dallo stesso tavolo in cui mi sedevo a fare i compiti da bambina, davanti all’orologio, aspettando le 4 per fare merenda e guardare Sailor Moon.

Alle mie spalle ho il mare. Da questo orizzonte, quando è bel tempo si vedono le Isole Eolie. Quello che per tutti è un panorama da vacanza, per me è sempre stato un limite: sei circondata da mare, è questo il tuo posto. Non appartieni all’oltre.

Semplicemente perché: non hai soldi, non hai un lavoro, non hai parenti in giro per l’Italia, non hai un titolo di studio spendibile, non hai esperienza. Cavolo, non hai nemmeno un CV, come si fa, ‘sto CV?

A 18 anni mi iscrivo all’università, che non finirò mai.

A 21 prendo i soldi guadagnati facendo siti web e mi faccio un biglietto sola andata per la Germania.

Inizio pulendo le cantine di un hotel e proseguo con le stanze, diventando cameriera ai piani. Imparo tutto e inizio a lavorare alle 5 e finisco alle 2, in questo hotel ristorante italiano immerso nella Schwarzwald.

Il giorno lavoro, la notte scrivo. Gestisco community online, scrivo articoli e continuo a fare siti. Passioni personali, che il caso ha voluto poi si trasformassero in vere e proprie posizioni lavorative con il boom delle professioni digitali. Di conseguenza avevo già competenze come Community Manager, come Web Editor, Front-End Developer e Social Media Manager senza saperlo.

…Ma ‘sticazzi, no? Sembra un post su LinkedIn dove poi il tizio dice che ce l’ha fatta, che ha aperto la sua startup e ha fatto un’exit da paura. Ma voi non sapete fare i siti e non sapete il tedesco o l’inglese e non avete soldi. Quindi, Anna, perché ci racconti questa storia?

Perché quello che non passa da queste storie è il ‘click’, quella cosa che innesca il cambiamento.

Guardo ancora il mare, quell’orizzonte. Mi ricordo quando l’ho guardato e m’è scattato il click. Volevo solo dormire tutto il giorno (ed in effetti era quello che facevo), pensando che sarebbe successo qualcosa che mi avrebbe permesso di sbloccare certi livelli della mia vita. Volevo solo urlare e stare di malumore tutti i giorni. Non mangiare, non lavarmi. Non uscire o forse uscire troppo. Volevo ubriacarmi, volevo essere come tutti quelli della mia età, volevo perdere il controllo, disconnettere i pensieri che mi offuscavano la vita e me la rendevano così pesante.

Volevo andarmene, ma poi pensavo: dove vado? (Boh)

Volevo cambiare vita, ma poi pensavo: cosa faccio? (Boh)

Volevo un lavoro, ma poi pensavo: cosa potrò mai fare? (Boh)

Volevo qualcuno che mi amasse e mi portasse via, ma poi pensavo: sono in una favola Disney? (No)

Volevo essere diversa, ma poi pensavo: come posso cambiarmi? (Boh)

Mica è facile trovare le risposte a queste domande, eh. Però ad un certo punto ti opprimono, ti schiacciano. Per non pensarci, facciamo mille cose: ci buttiamo in relazioni superficiali, in serate in cui parliamo di nulla, beviamo troppo, viviamo costantemente brilli di tristezza, superficialità o di sostanze stupefacenti varie ed eventuali per rimandare a domani le risposte alle domande. Succede. Ma cosa si fa per non rimanere in questo loop di tristezza che poi ti guida, inevitabilmente, all’insoddisfazione?

Vi svelo ciò che ho capito: non esiste una risposta definitiva a queste domande. Non siamo da Gerry Scotti. Non c’è l’aiuto del pubblico o la telefonata a casa.

La cosa che ho dovuto imparare subito è stata che nessuno mi avrebbe salvata. Nessuno mi avrebbe dato una soluzione. Nessuno mi avrebbe aiutata.

E per assurdo, la consapevolezza di essere sola in tutto questo mi ha permesso di prendere in mano la mia vita e decidere il corso che doveva avere.

Avrei potuto non fare nulla. Stare a casa con i miei. Continuare a studiare da autodidatta, magari. Avrei potuto aspettare, migliorarmi in qualcosa. O semplicemente far nulla. Vivere la mia vita tentando di tanto in tanto un concorso, qualcosa. Avrei potuto incontrare qualcuno e sposarmi e dare la svolta standard delle ragazze di paese in Sicilia. E sono tutte strade lecite, perché non a tutti scatta la stessa cosa nello stesso momento.

Ma la cosa più importante è scegliere consapevolmente queste strade. Sento spesso un “io non sono come te, io non ce la faccio, la mia vita non posso cambiarla, è così”.

Io non sono stata fortunata, non sono stata più forte di qualsiasi altra persona che si trova in questo stato d’animo. Io sono semplicemente stata onesta con me stessa. Mi sono guardata allo specchio un giorno e ho realizzato, semplicemente, l’apatia e la tristezza mi stavano divorando. Dovevo fare qualcosa per me stessa.

E di questo si tratta: fare qualcosa per sé stessi nell’ottica di vivere la propria vita.

E vivere la vita non significa avere il posto fisso o quello mobile o avere un mestiere del futuro o incontrare la nostra anima gemella, no. Vivere la propria vita, alle porte del 2020 è emanciparci come esseri umani.

Cerchiamo a tutti i costi di essere un ingranaggio della società, utile, giusto, spiegabile. Io faccio questo, io sono questo, io sto con questa persona. Ma non perdiamo mai mezzo secondo nel dirci: io sono io. Io sono Anna, essere umano sulla Terra. Ecco cosa dovremmo fare, soprattutto quando ci sentiamo in difetto, nei confronti di famiglia e società attorno: ricordarci che noi siamo persone che FANNO cose, che HANNO cose, che STANNO con gente. Ma non siamo i nostri mestieri. Non siamo le persone che amiamo. Non siamo ciò che abbiamo.

E non dobbiamo per forza spiegarci agli altri, soprattutto se non hanno la nostra stessa codifica. Sarebbe come tentare

Avrò scritto tantissime banalità, cose che trovereste scritte in qualsiasi manuale sottomarca per essere felici, probabilmente. Anche perché, per esperienza, leggerete questa mail pensando comunque che non sia la vostra storia, che non ce la farete mai, voi. Ma ho voluto scriverla comunque, nell’esatto punto in cui sono partita, in cui mi sono sentita una nullità, sbagliata, fuori luogo, apatica, terribile. Perché ancora la sento, la Anna di qualche anno fa. La rivedo in ogni strada della mia infanzia, in ogni casa in cui sono passata. Penso a chi non abita più lì, a chi è andato in America, a chi è rimasto e adesso ha un seggiolino in macchina. La sento ancora piangere in riva al mare con gli amici di sempre, la sento ridere delle piccole cose che la facevano felice nel suo mondo pieno di apatia, convintissima che non avrebbe potuto ambire ad altro se non ad ammirare questo orizzonte.

Ho pensato che avrei voluto tradurre libri, nella vita. Sono stata malissimo quando non sono riuscita a completare l’università. Mi è spezzato il cuore andarmene. Per ogni cosa qui elencata mi sono chiesta ogni giorno “ho fatto la cosa giusta?” e molto spesso la risposta a questa domanda era “no”. Oggi però so che la cosa giusta è stata essere onesta con me stessa. È scoprire tutte le strade che posso e vivere come mi sento e non come penso di dover fare, per me o per gli altri o per un senso comune di “giusto”.

La vita non è facile per nessuno. Ma proprio per questo è bella da ‘giocare’.

Se vi sentite persi, siamo tutti senza Google Maps. Se volete parlarne o raccontare agli altri la vostra storia su questa newsletter, rispondete a questa email.


Linkini sparsi senza descrizione perché sennò vi annoiate

Raga, se non ci sentiamo, buon 2020. Ci vediamo dall’altra parte.