Le nostre storie(s)

Open Season di Josef Salvat nelle cuffie. Milano, 01:18 de la mañana. Finalmente, dopo mesi che guardo la soap opera spagnola che ho iniziato a seguire nelle mie notti insonni, ho scoperto qual è il grande segreto del neo-sposo della protagonista lesbica che però s’è sposata con questo perché è il 1899 e la sua amata s’è dovuta trasferire a Parigi dopo essere stata in prigione perché le avevano scoperte e lui se l’è sposata ma non voleva fare sesso con lei e insomma ieri notte lui le ha detto che gli hanno amputato il pisello e quindi niente. Speravo in una sceneggiatura più entusiasmante, però i colpi di scena no-sense fanno parte della vita ergo li accetto anche da una telenovela.

Ciao amici, sono Anna, la vostra sconosciuta dell’internet preferita e voi state leggendo Anneddoti numero ho perso il conto.

Come state?

Siete andati a trovare i vostri congiunti? State riflettendo sulle conseguenze del Coronavirus o siete intenti a difendere ancora Silvia Romano dagli haters del web?

Non ditemi che siete ancora a infornare torte, ché tanto non vi sto credendo.

Io come al solito non vi parlerò della pandemia né del lieto evento trasformato in un ennesimo episodio di odio, perché immagino abbiate già i vostri pusher di notizie preferiti, però vi lascerò qualche link interessante a riguardo sempre in fondo come al solito, ma tanto vi sarete addormentati ben prima di arrivare lì o spunterete le email come “segna come già letto” e non leggerete nemmeno questa parte.

Oggi vi parlo di:

  • Stories, che sostanzialmente non servono ad un cazzo;

  • a new life, videogioco indie, lesbico e tragico come tutte le cose che riguardano l’ammore saffico (contiene spoiler, quindi se volete giocarci prima di leggere i miei deliri vi lascio il link, è per Mac, Windows, Android, iOS e costa 2,39€, credo)

  • Linkini vari.


A nessuno interessano le nostre stories del cazzo

L’altro giorno mi sono ritrovata a leggere un articolo contro il mondo delle startup, o per meglio dire contro il mondo tech in generale, che pressapoco sembrava quasi uno dei primi singoli di Eminem: fuck-la vostra sala relax, fuck- le vostre equity, fuck-le vostre 100 ore di lavoro, fuck-this, fuck-that. Immersa tra questi versi rap di denuncia sociale trasformati in un pezzo da “mi piace”, c’era una frase da salvare ed incorniciare, che diceva pressapoco che passiamo la maggior parte del nostro tempo lavorando/studiando e scrollando lo stream dei social network. Questo è un concetto chiaro a tutti, non perché lo si faccia ogni giorno, ma perché continuiamo a leggere saggi che ci comunicano come la nostra sia una dipendenza e che Umberto Eco aveva ragione, ché se non lo diceva lui, non avremmo mica mai capito da soli le potenzialità distruttive dell’essere umano. 

Adesso, quindi, con la piena consapevolezza del mezzo e delle capacità della nostra specie, lasciamo che i pollici scorrano lungo l’homepage, come una slot machine di trend del momento o vite altrui. 

Passiamo la maggior parte del nostro tempo a lavorare ed utilizzare i social network, diceva l’articolo. Ad un certo punto qualcuno si sarà chiesto come incanalare anche quegli aspetti di vita più “live”, fondere i social con la realtà, eliminare completamente la barriera, se così vogliamo chiamarla. Snapchat ci prova.

Inizia con le storie, contenuti disponibili solo per 24 ore. Per farla breve, poi succede che Instagram le copia, Messenger le implementa (c’è davvero qualcuno che le usa?), Facebook le ottiene, WhatsApp non rimane indietro. Il problema che però si evidenzia in tutto questo rincorrersi con le feature che (non) vorremmo avere dovunque, è che sostanzialmente a nessuno importa della nostra storia.

È crudele dirlo. Ma è così.

Mi ritrovo a guardare le storie degli altri in bagno. Tap — ok — tap — che posto carino — tap — schermo nero con frase — tap — foto di sigaretta — tap — video di gente che ride e fa cose. Sono in metropolitana, annoiata, tap — foto del cibo — tap — emoji varie e tag ad un contatto — tap — video di attore che va in palestra.

Ok, quindi?

A volte premo quell’icona in alto a sinistra, su Instagram. Mentre sono sdraiata sul letto. A chi interesserà un selfie sulla mia storia e a chi interesserà il filtro che utilizzerò? Ieri mi è capitato di farlo mentre passeggiavo. Il problema è che la persona accanto a me stava parlandomi, voleva condividere quel momento con me. Dedicare svariati minuti a pensare a fare una “storia”, di quelle belle, che rappresentino davvero e non siano frammenti che capisco solo io, ha bisogno di concentrazione e di — ovviamente — tempo. Tempo che tolgo al momento. Certo, vorrò riprendere il momento particolare e divertente, perché a chi interessano attimi in cui non succede nulla. Vogliamo essere guardati. Ma, e non penso debba per forza essere un concetto anti-tech, se il momento è bello, perché non viverlo e basta?

Però ok, magari la frase sopra è esattamente ciò che sembra, un rifiuto verso le nuove modalità di comunicazione offerte dai social network. Faccio finta che lo sia, mentre creo un’altra storia. Perché sono annoiata, perché voglio che i miei contatti sappiano cosa sto facendo. Attivo Boomerang, faccio un po’ di smorfie (ma sempre col mio profilo migliore), condivido su La mia storia. E poi guardo chi mi ha osservata. Il numero aumenta, oh, ok, la mia storia è stata visualizzata dal mio compagno delle elementari che mi prendeva in giro quando eravamo piccoli. Ah, e anche dai miei parenti, dagli amici, dagli sconosciuti.

E quindi?

Non è un like —è un “ho guardato ciò che hai fatto”. Simile al voyeurismo, con la sola variante che boh, tendenzialmente non sai cosa ha scatenato nell’altra persona. Poi, nel mio caso, mi scordo pure di vedere chi ha visto la mia storia, quindi sono ufficialmente vecchia, ma questa è un’altra…storia?

Non è un commento — sì, posso contattare in privato, ma non è lo stesso effetto del parlare in pubblico con qualcuno, non lo stesso occhio di bue addosso.

Non è live — non mi dà nemmeno l’impressione di essere con te: so solo che hai fatto/stai facendo qualcosa e tra 24 ore verrà cancellata. Ok, so che hai mangiato sushi. Mi fa piacere. Ma poi? Me lo porti a casa? Ti scrivo “Oh, buono il sushi!”, ma questa frase presuppone una risposta altrettanto vaga, e tra l’altro in privato. Mi cuori. Ti cuoro il cuore. E finisce lì.

Quindi il concetto diventa: se il momento è bello e se le storie non aggiungono “valore” né al mio profilo, né alla tecnologia implementata, perché non viverlo, riprenderlo o fotografarlo ma postare qualcosa in differita, quando davvero può diventare qualcosa di costruttivo per il nostro io social?

È giusto cercare di rendere più reale la comunicazione online, ed è sempre apprezzato quando le aziende responsabili della nostra “vita virtuale” fanno tentativi per mescolare le attività che svolgiamo sulla piattaforma offline. Anche se per loro si tratta in parte di puro business. Il punto è che le storie per la maggior parte dell’utenza non funzionano, al di là dei dati raccolti. Perché è un altro livello da costruire, perché è ermetica, perché diventa comunicazione quasi per sé stessi o per determinati gruppi ristretti, come fosse appunto un linguaggio in codice. Una canzone significa “contattami”, l’ora sulla foto del tramonto significa “contattami” (questo l’ho imparato su Tik Tok, i giovani dicono che questi sono messaggi subliminali per crush).

E quindi niente, a nessuno interessano le nostre stories, ma per fortuna durano 24 ore e qualche secondo e poi ce ne saremo tutti dimenticati.


L’effetto farfalla, i lesbodrammi, i videogiochi indie che dovrebbero raccontare delle storie allegre e invece ti fanno piangere ma vabbè ormai

a new life. è la nuova indie-novel di Angela He. Ha scelto il videogioco come mezzo narrativo per le sue storie, che si caratterizzano per la loro estrema semplicità e dolcezza, pur affrontando tematiche non semplici come la depressione, il suicidio e malattie varie ed eventuali.

Esso parla di una classica storia d’amore tra due persone che si incontrano, si piacciono e decidono di stare insieme, finché morte non le separi. Tutto qui? Tutto qui, diciamo. Se non per la riflessione che ci lascia, schermata dopo schermata, dialogo dopo dialogo, finale dopo finale (sono 5, dovrete rigiocarlo un paio di volte, ma è una storia molto veloce e passerete un’ora in compagnia di musica lo-fi e discorsi super teneri). La dinamica di gioco è super-easy: interpretate August, giovane studentessa che incontra May e guidate alcuni dei dialoghi delle due protagoniste.

Il videogioco ci chiede: è meglio amare e soffrire o non amare affatto?

Questa è sicuramente una delle domande che ci siamo fatti più volte, specialmente dopo le rotture sentimentali o quando abbiamo paura di provare qualcosa di più. Ci chiediamo: ne è valsa la pena e/o ne varrà la pena? E se il dolore superasse i ricordi belli? E che senso ha vivere qualcosa di finito se non dura per sempre? E che cos’è “per sempre”? E come si combatte il senso di solitudine dopo che magari ci si separa? Se ci si separa, cosa rimane?

A tutte queste domande la storia di August e May risponde con tenerezza, mostrando durante i vari step, dal primo incontro ai primi segnali di interesse, dal matrimonio alla convivenza, dai progetti futuri ai nostri blocchi, quanto in realtà le nostre paure più grandi rivelano alla fine bellezze assurde, pur nella tragicità degli eventi.

Si può decidere anche, dopo aver visto la sofferenza della protagonista, di non incontrare May. Di non farla sedere al tavolo con noi. Di non iniziare nulla. Di essere estranee. Il gioco ci fa vedere cosa sarebbe successo se quell’incontro non ci fosse mai stato e la didascalia ci dice “the difference one person does”.

Sicuramente non dice nulla di nuovo, sicuramente questo concetto sarà stato esplorato da tremiliardi di pellicole che io non ho visto e voi sì ed evviva tutti.

Però ci soffermiamo su di esso perché tanto state leggendo i miei deliri notturni, ergo.

È incredibile come anche il più breve degli incontri possa essere così intenso. Anche il più semplice, quello che finisce subito e senza motivo. O quello che finisce a schifìu, come si dice nella mia terra natale (per i non siculi, trad. “molto molto male”). O quello che si conclude con la morte della persona amata. Ad un certo punto non sembra che abbia senso, tutti questi anni o tutto questo impegno o tutto questo ardore per esattamente cosa?

Che poi nella vita reale mica ti danno gli achievement da far vedere nel profilo, con tanto di medagliette. Né ti danno delle ricompense tangibili dopo le lotte sovrumane che facciamo con noi stessi.

Rimane il dolore, la rabbia, lo sgomento, lo smarrimento, la solitudine. Il vuoto che quella persona lascia.

Eppure, come dicevo prima, quando guardiamo più attentamente dietro allo spesso strato di sofferenza e paura, notiamo subito che la persona che abbiamo fatto entrare nella nostra intimità ci ha cambiati, ci ha messo in ordine qualche stanza all’interno della nostra metaforica villa che siamo noi; ci ha lavato i piatti e ristrutturato il tetto, magari. Avrà sporcato sicuramente qualcosa, rotto una lampada o buttato giù un muro, ma ha lasciato un segno in quella che è la nostra abitazione per tutta la vita, ossia noi stessi medesimi.

August ha paura di rimanere da sola. Che le persone che ama, alla fine, andranno via da lei. In un bellissimo dialogo a letto, May le risponde che non la lascerà. Come fai a saperlo? Lei le dice: no, non lo so. Ma non riesco ad immaginare uno scenario in cui io lo faccia di mia spontanea volontà.

Chiamatemi romantica o idealista, sicuramente il cinismo che mi saluta con la manina da qui vicino mi dice che vabbè la vita è imprevedibile che i sentimenti cambiano, i rapporti evolvono e bla bla. Però è sempre bello quando qualcuno ti fa quella promessa. Quando ti dice “tu non mi perdi”. In un certo senso, è uno di quegli achievement invisibili nel videogioco della nostra vita. O meglio, un’arma speciale, una divisa nuova, un potere in più.

E se poi non è così? E se poi finisce lo stesso? E se poi quell’arma speciale non la vogliamo più perché ne arriva un’altra specialissima?

May ci risponde così: “Isn’t it worth the good memories you make along the way?”

E quindi sono qui, davanti a questa novel, guardando queste due ragazze abbracciate a letto che fanno questo dialogo tanto semplice quanto intimo e il mio cervello decide di far partire l’rvm dei miei ricordi. Quante volte ho fatto l’amore su questo stesso divano, quante volte mi sono addormentata sulle gambe della mia ragazza, mentre mi accarezzava i capelli. Quante volte ci siamo dette che non ci saremmo perse mai. Quante notti sveglia a chattare con il mio primo amore, che a quel tempo avrei giurato sarebbe stato per sempre e adesso è solo un nome cliccabile su Facebook, quante confidenze con quegli amici che non vedi né senti da anni eppure ti ricordi le loro risate, i loro consigli, le poesie scritte insieme, le teorie sui telefilm. Quanto tempo passato a chattare con persone che pensavo sarebbero state importantiiiiissime nella nostra life #einvece sono scomparse dal globo terracqueo.

Valeva la pena? Sì. Tutto, sì. Perché alla fine questa storia ci dice che tutto quello che abbiamo vissuto possiamo utilizzarlo per scrivere un altro capitolo della nostra vita. Pardon, mi correggo: per iniziare un nuovo livello del nostro videogioco personale.


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Anche oggi è stato divertente giocare in allegria (vi prego, cantatela con me) con voi. Vorrei ringraziarvi tanto, tantissimo per tutti i complimenti che continuate a farmi, per i dialoghi che vengono fuori da ogni singolo episodio di questa newsletter e per le condivisioni. Se questa newsletter vi piace e volete supportarmi, chiamate uno psico…no, dicevo, potete scrivermi o sganciare il soldo per offrirmi un caffè (che io non bevo perché non mi piace, ma comprerò delle bustine di tè e brinderò alla vostra).

Statemi bene. Amate. E fate cose belle. Noi ci sentiamo quando ho di nuovo qualcosa da dire.