Lascia perdere, non ce la fai

Sono una terrona atipica: famiglia piccola e ognuno per i cazzi loro, pochi pacchi da giù, se non quando dimentico qualcosa in Sicilia e mia madre, insieme a quel qualcosa, ci inserisce i miei guilty pleasure di sempre, la provola e la salsiccia cruda col finocchietto.

Qualche settimana fa invece mia zia ha insistito affinché le dessi il mio indirizzo. Quando l’ho chiamata per farle gli auguri di compleanno, quello che mi ha detto è stato “domani ti spedisco qualcosa”. A me ha fatto sorridere aprire il pacco e trovarci i maccarruna. È una pasta tipica siciliana – sono dei bucatini obesi che mia nonna preparava almeno una domenica al mese, con me e mia zia, appunto, come aiutanti principali. Ci mettevamo agli estremi della maìdda e facevamo scivolare la pasta su questo spaghetto, creando il maccherone; ore e ore di lavorazione, fino ad occupare tutte le superfici occupabili da quella pasta che sarebbe stata distribuita tra noi e vicini e le sorelle di mia nonna. Quando la chiamo per ringraziarla, mia zia mi racconta che quelli sono maccarruna frischi, la signora li ha fatti apposta per me. Io riconosco l’incarto, quel pastificio, quella bottega vicino alla chiesa e alla mia scuola media. Idda iu all’Acquaruci e ti fici, lo dico in dialetto perché rende di più e chi condivide le mie origini riconoscerà il tono di queste parole. Lei è andata nel paese vicino al mio per impastare quei maccheroni affinché fossero più freschi possibili per affrontare il lungo viaggio. Mentre spacchetto e divido in porzioni i maccheroni mi riaffiora un ricordo, un momento durato secondi in cui ho sentito quel calore familiare che non abbiamo quasi mai avuto, motivo per cui evidentemente il mio cervello ha deciso di conservare questo attimo in cui mi sono sentita felice a casa mia. Era uno dei giorni di festa e mia nonna era ancora viva. Ai fornelli, assieme a mia zia; io scesi le scale di fretta perché ero in super ritardo per i preparativi. Sentivo tutti gli odori del pranzo festivo, di quelle ottomila pietanze e stavo sbirciando, sollevando i vari coperchi. Fui beccata con le mani nel sacco - o meglio, con la forchetta nel sugo, intenta ad infilzare una polpetta – da mia zia. Mi scusai, ridendo, per la mia golosità e lei mi disse, felice: “e che problema c’è? Scupicchiamu e manciamu!” con quella cantilena messinese che ha il ritmo delle onde del mare sulle vocali finali. Il flashback si interrompe, ci sono io e i maccarruna a Milano, almeno 15 anni dopo tutto questo. Preparo a sassa. I calu, mi mànciu i primi ddu fila. Il resto aspetta i mulinciani fritti, a ricotta salata. U ciauru, l’odore del passato (di pomodoro).


Ciao estrane@, io sono Anna, la tua sconosciuta preferita dell’internet e tu stai leggendo anneddoti, cioè io che ti parlo di cose varie della vita meno frequentemente dei cambi colore delle regioni italiane nel periodo pasquale.


Mi ritrovo spesso sul letto a fissare il soffitto. Non è noia: mi ritrovo paralizzata quando penso di dover fare qualcosa per riempire questo tempo che teoricamente si dovrebbe chiamare vivere ma tant’è. Finire un progetto, iniziarne uno nuovo. Scrivere una newsletter, iniziare un podcast. Fare conversazione con i miei amic@. Invece guardo il soffitto e immagino la me che fa queste cose, ma solo in un ambiente protetto, di test: la mia test(a).

Anche adesso, ad esempio, che sono seduta sulla sedia sulla mia scrivania improvvisata, usando il mio iMac che non usavo da anni perché volevo *cambiare*, ho voglia di mettermi a letto e andare in stand-by. Perché scrivo? Ma a chi interessa? Probabilmente, dovrei dirmi che se ci sono +200 persone che si sono iscritte a questa newsletter è perché loro in qualche modo vogliono leggermi. Sì, ok, però perché? Perché vuoi farlo? Perché io non mi sento di dire poi chissà cosa di originale o interessante. Giuro, non sentirti in dovere di rispondermi, è un flusso di coscienza, mò arrivo al punto. Questo pattern si applica a tutto quello che necessita di uno sforzo.

A ‘na certa ho pensato mi pesasse il culo di fare le cose. Semplicemente. Poi ho pensato vabbè ma è la sindrome da lockdown visto che stai a casa da +366 giorni, privata della tua routine da criceto del capitalismo e costretta a interrogarti sul senso della vita senza un lavoro o una famiglia, i due pilastri della nostra società contemporanea. A un certo punto, ecco i vari flashback che tornavano. Tutte le volte in cui mi sono sentita dire “lascia perdere, tanto non ce la fai”. Tutte le volte che ho visto i miei genitori rinunciare a qualcosa perché costava uno sforzo in più, anche minimo, tipo chiamare la Vodafone per cambiare un’offerta. La mia psicologa mi ha detto che forse penso di meritarmi questo. Non lo so, non ci ho ancora riflettuto a fondo, forse perché la risposta potrebbe non piacermi. So solo che ogni volta che qualcun@ mi ha rivolto la frase “lascia perdere, tanto non ce la fai”, l’ho presa come guanto di sfida. Ricordo come fosse ieri mio padre che, salutandomi prima di partire per la Germania, mi disse “tanto non ce la fai: tornerai fra una settimana”. Sono rimasta 4 anni. Sarei dovuta andarmene prima, al primo schiaffo del mio ex datore di lavoro, al primo ricatto “se non copri il mio turno, dico a tua madre che sei gay”. Al primo “non sai fare un cazzo”. Al primo “tu non puoi ambire a null’altro nella tua vita”. Ma l’esistenza è fatta anche di sopportazione di ‘ste cose, perché i più cool la chiameranno resilienza qualche anno dopo e tu mica vuoi essere meno dello startupparo su LinkedIn con atteggiamenti tossici in nome di un progetto. In quel periodo pensavo che dovessi sopportare per dimostrare a X che ce la faccio che sì.

Vabbè, dicevo. Magari è tutto questo insieme, nostro mood personale aggravato dal lockdown, dico, visto che sicuramente è uno status che, chiacchierando con qualcun@, viene fuori sempre più spesso: l’impossibilità di fare qualcosa ergo fare nulla.

Eppure con la rete potremmo fare mille cose, tipo studiare. E però ci sono i corsi fuffa. Informarci. E però ci sono le fake news. Conoscere qualcun@. E però le app di dating fanno cacà. Poi francamente mi sono stancata pure di fare gli small talk tipo chi sei come stai quanti anni hai cosa fai nella vita. Ma quando poi si parla di cose più serie non c’ho manco voglia di fare questo, perché, dico, mi manca il tempo. LOL?

Sai qual è la cosa più divertente? Che forse è così, che le nostre motivazioni sono inattaccabili e vere e ostacolanti. Ma c’è una cosa che sa nascondersi bene tra le pieghe di tutto questo: la paura.

La paura di non sapere quando finirà questo stato di sospensione dalla vita che sentiamo. La paura di non avere un lavoro. Paura di non poter vivere un concerto, una serata con sconosciuti prima di non so. Appunto: la paura di non sapere.

Io ho paura. Di che? Non lo so, altrimenti non la avrei. Forse ho paura della solitudine, anche se la vivo costantemente in questa casa vuota e in questa città che non sento più mia. Ho paura di cambiare, perché implica sbagliare e non voglio sbagliare, perché implica soffrire e ho paura di soffrire. Di sentire il cuore spezzato come lo avevo un anno fa, non ne vale la pena. Non ne vale le pene. Ecco perché si dice manco per il cazzo? Le pene? L’avete capita? Faceva cacare, lo so, scusate.

Ho paura di non essere abbastanza. Di non sapere fare qualcosa. Di perdere le persone a cui voglio bene. Ho paura di avere tutto questo tempo e non saperlo vivere, visto che adesso ce l’ho in gestione io e non il mio datore di lavoro. Ho paura di ammettere di avere paura e di sapere che è sempre lì. Che si triggera, soprattutto quando si ripete per l’ennesima volta “lascia perdere, tanto non ce la fai”.

Ora sarebbe il momento in cui vi linko uno spot emozionale della Nike che racconta la storia di quella donna magnifica che ha superato mille ostacoli e ce l’ha fatta. Just do it, no?

Ma io non do it niente e non so saltare la staccionata tipo il signore della pubblicità dell’Olio Cuore. Quindi la morale che ho imparato dai meme e dai tiktokers è che è ok se guardiamo il soffitto e ci sentiamo spaesat@. Che dobbiamo vivere le nostre emozioni e lasciare che ci abitino, perché poi se ne vanno, mica restano per sempre. Questa casa, noi, intendo, è un albergo di cose, sensazioni, momenti, ricordi, fatti.

Ho una lista di argomenti di cui volevo parlarti. Alcuni me li hai suggeriti proprio tu.

Però oggi non li scriverò, perché guardo quella lista e non mi sento abbastanza preparata per scriverne.

Ma passerà questo stato d’animo. Passerà questa sensazione. E ritornerò a inquinare il web anche io con le mie opinioni non richieste, con le mie storie, con il mio punto di vista sulle questioni della vita digitale.

Intanto, vi lascio la mia canzone loop del periodo.


Ciao, anche oggi hai finito di leggere questa newsletter e io ti ringrazio di averlo fatto. Ti lascio il mio canale Telegram, dove metto i linkini di cose utili/trash un po’ più spesso. Se vuoi seguirmi: Instagram, Facebook. Stammi bene, e non rimproverarti troppo se oggi non hai fatto “niente”.