Ce n'è o non ce n'è? Questo è il dilemma

Matri qualcuno avvisi la Polizia Postale.

Ieri sono uscita a fare una passeggiata. Non lo facevo da un sacco, e per un sacco intendo più di un mese. No, a nessuno di noi viene dato un premio per aver fatto più o meno schifo degli altri durante questo lockdown, semplicemente ho preso molto seriamente l’invito a non uscire di casa se non strettamente necessario.

Tendenzialmente ho sempre usato i posti in cui ho vissuto per raggiungere luoghi e persone e non per vagare senza meta, se non in rare occasioni, con le cuffie dentro le orecchie e la voglia di sentirmi in un videoclip early ‘00 (reference). Ieri però ho voluto ascoltare le vie della mia città adottiva, le foglie scricchiolare sotto i miei passi. Milano era molto silenzio, qualcuno ha premuto un tasto pausa alla vita frenetica di questa metropoli – e non voglio fare retorica da pandemia, ma fa sempre impressione non sentire il baccano infinito della gente, degli autobus, del traffico, dei negozi. Ho continuato a camminare godendomi i colori dell’autunno che spiccavano nel solito grigio del capoluogo lombardo, percorrendo un viale alberato, arrivando di fronte alla chiesa dal campanile più rompicampane che io ricordi, quello che maledico ogni giorno da quando vivo qui per il suo fastidiosissimo suono elettronico che non segue nessuna melodia. Una fila di bambini stava fuori, con le candele in mano; le catechiste ricordavano loro cosa sarebbe successo da quel momento in poi – la prima comunione, penso. Mi raccomando, fatevi sentire, dite forte: “Eccomi!”. Ricordate di dire Amen, dopo aver preso l’ostia. I bambini parlottavano tra loro, con mascherine e a distanza, cercando di ricordare i passaggi da fare. Emozionati, di fronte a questo rito, questa festa inaspettata in un periodo così incerto.

Pensavo a quanto abbiamo bisogno di queste cose in questo periodo: di riti, preghiere, routine, fede, qualcosa alla quale aggrapparci. Di religione, nostra, privata, personale.

Li guardavo, dritti di fronte al portone della Chiesa, guardavo l’entrata stessa, il corridoio, le statue, gli inginocchiatoi. Inevitabile pensare alle domeniche a messa con mia nonna, la nostra ‘cosa’ in comune – i suoi occhi azzurri, il suo sorriso ad ogni preghiera – la mia prima comunione e il regalo fattomi proprio da lei (la PlayStation) nonostante non capisse le mie passioni (ma le assecondava tutte).

Ho ripreso a camminare, con le foglie che mi cadevano addosso, ascoltando sempre più in lontananza il prete che a gran voce intonava un canto solenne. Ho sorriso, a me e ai miei ricordi.

Raccontatemi delle vostre passeggiate, mentre vi sedete comodi per iniziare a leggere dell’argomento di oggi.


Ciao teleleggitore, minchia ho scritto una intro un po’ più lunga del solito, vabbè volevo dirti che come al solito stai leggendo Anneddoti, la newsletter che cerca di stare al passo di Conte con i suoi DPCM ma fallisce miseramente. Parlo di cose digital, di vita internettiana, di lgbtq+, di fenomeni trash e di cose a caso. Se ti piace questa newsletter inoltrala ai tuoi bot preferiti, oppure leggila di nascosto, so mantenere i segreti. Se vuoi supportare la mia scrittura, qui trovi Ko-Fi . Altrimenti mandami l’ammore o un pacco da giù (o su, o izquierda derecha, dale, dale).


Test! indovina chi è più pericoloso: il tuo guru di fiducia o la signora Angela da Mondello?

Domanda difficile, risposta semplice: Angela da Mondello, il personaggio web sul quale state concentrando i vostri sforzi per far chiudere il suo profilo su Instagram, YouTube e Facebook, finire le sue collaborazioni commerciali e abbattere il singolo uscito qualche giorno fa (per chi se lo fosse perso, si intitola Non C’è N’è) e se poteste le brucereste anche la casa, ha meno potere di quel che si pensa, però è il solito comodissimo specchietto per le allodole in questo complicato e confusionario mondo dell’internet.

I personaggi trash sono meteore nello spazio web: durano stagioni, un po’ come i vecchi tormentoni estivi, danno il loro contributo alla cultura digipop che tanto ci piace citare nei nostri commenti, post e persino vita offline.

Trash non significa ignoranza, a mio avviso: il fenomeno trashende (concedetemela) status culturali, sociali, politico-economici e tutto lo scibile umano; una cosa diventa trash quando sa mischiare perfettamente ironia, surrealismo, cringe, stupore, follia ed eclettismo.

Ma per qualche strano motivo, in Italia trash = prendere in giro la gente ignorante tramite la condivisione di qualche spezzone di video erroneamente o meno caricato sulle piattaforme.

In definitiva: va bene ridere di loro. Non va bene se loro prendono possesso della loro narrativa e ci costruiscono su una mini-carriera e ci fanno i soldi.

Il fenomeno Angela da Mondello in queste ore dopo la pubblicazione del suo primo (e si spera ultimo) singolo, sta conquistando così un tale sdegno da portare 50mila persone a firmare una petizione su Change.org per farle chiudere, appunto, i profili social. La petizione è rivolta a Facebook, Instagram, YouTube e alla polizia postale.

I giovani di TikTok direbbero ✨ C R I N G E ✨. Mi trovano d’accordo.

Qual è il problema del videoclip di Angela da Mondello? Nella pratica, tutto: l’infrazione di ogni norma anti Covid-19 e la retorica sui poveri commercianti e lo Stato che li abbandona su tutti.

Angela da Mondello però è diventato per alcuni il simbolo dell’ignoranza made in pandemia: mi sorprende e un po’ mi disgusta l’odio e il disprezzo rivolto verso una signora sicuramente ignorante, ma non più di Enrico Pasquale Pratticò, ad esempio. Qual è la differenza tra questi due personaggi? Che Angela ha deciso di cavalcare l’onda mediatica della frase che l’ha incoronata regina del tormentone web dell’estate, il secondo invece è oggetto passivo del web.

E il web s’incazza quando una sua creatura si permette di sfruttare la popolarità regalatagli. Tutto qui.

Ritornando a noi, quindi, chi è più dannoso per la nostra persona? Una signora ignorante che fa un singolo (orecchiabile), pieno di tutto il peggio che siamo riusciti a comunicare a questa persona – che a sua volta comunica – durante questi mesi di pandemia oppure il vostro guru di fiducia, che, ad esempio, sfrutta un fatto di cronaca/attualità (come Angela da Mondello) per fare un webinar/evento web (come Angela da Mondello) per rafforzare la sua brand reputation (come Angela da Mondello)?

La risposta esatta è il vostro fottuto guru. Per i seguenti motivi.

Alla fine della fiera, noi, a chi crediamo? Chi lasciamo entrare nella nostra testa a modellare i nostri pensieri, la nostra webstar di riferimento o una signora di Palermo che in un momento infelice ha detto una cosa infelice, continuando a dirne di ogni?

Nel primo caso, la fiducia cieca che poniamo sui nostri idoli del web riesce a farci cambiare idea su qualcosa. Consegnamo loro, ogni giorno, la possibilità di forgiare nuovi pensieri o cambiarne la prospettiva.

Nel secondo caso, è un meccanismo simile ai jingle pubblicitari: ti fanno ricordare un brand, ma senza azioni di rinforzo di altra natura non hanno la capacità di intrufolarsi nel tuo sistema e modificarne la percezione.

Ci ricordiamo di non ce n’è coviddi per una congiunzione fatta di tempistica giusta, casualità e costruzione dell’incostruibile e la citiamo con gli amici. Ma - purtroppo, per fortuna? - crediamo a un Matteo Flora che, con l’intento nobile di condividere il suo sapere, sfrutta un evento di cronaca grave, raccontato con una narrativa giornalistica anche peggio, vorrebbe organizzare un webinar su come difendersi in caso di reputazione web macchiata. Prendendo il caso di Alberto Genovese come “spunto”, però poi preoccupandosi circa il fatto che probabilmente potrebbe essere sciacallaggio. Ma farebbe una raccolta fondi per un centro antiviolenze. E poi condivide i suoi dubbi etici sui social, taggando colleghi rispettabili. (Non vi linkerò il post, certa che saprete trovarlo).

Quindi tutto ok, equilibrio ripristinato, pensa la nostra mente.

Quindi Angela da Mondello villain della stagione e il nostro guru di quartiere eroe tormentato, non privo di difetti, ma che lotta per il bene.

E se invece appoggiando la webstar che seguiamo con tanto amore stessimo dando l’implicito consenso al nostro cervello di archiviare il caso Genovese per com’è stato trattato, se questo gesto venisse letto dai nostri neuroni come un “beh sì questo webinar potrebbe essermi utile in caso faccia una cazzata sul web e voglia ripulire la mia immagine”, ditemi, adesso, cosa vi fa più paura? Il pensiero di avere la signora palermitana che dice ogni tanto non ce n’è coviddi in modalità remix nella nostra scatola cranica o lasciare che questa subdola manipolazione comunicativa (consapevole o meno) del guru ci faccia pensare che, in fondo, chissene degli stupri o di come trattare in maniera giusta e corretta l’informazione su stupri e/o femminicidi o di come si scriva per l’algoritmo e non per la gente, mò mi seguo il webinar per imparare come ripulirmi l’immagine digital e sto?

A me fa più schifo questo. Non so voi.


…Nelle puntate precedenti dell’Internet

Nuovo trend: vestiario del Lidl. Cercasi qualcun* con cui andarci, rapinarlo e cantare Oh baby why don’t we just meet me in the Lidl?; I giornalisti videoludici hanno ricevuto le console e fanno guerra tra loro tra chi l’ha avuta e chi no gnegne, altre regioni in zona rossa! Yee! Benvenute. A quanto pare qualcun* s’è scordato quella lezione alle elementari sui femminili e tante persone importanti ci hanno ricordato che rettrice esiste e che di Rettore donna ne esiste solo una. Il Sole 24 Ore fa un articolo demmerda su un caso di cronaca che coinvolge possibili stupri, ma siccome è un imprenditore, w il capitalismo. Facile(puntoit), no?. Ah, poi vabbè, gente che parla di body positivity senza criteri e/o formazione specifica a riguardo, Michael Acquasantiera per le chiese più cool, su TikTok i genitori imitano il comportamento dei figli.

✨ Personaggio/meme della settimana/mese: Anita Groowe

💡Riflessione della settimanaDisaster Prepping

🔗 Sito della settimana/meseSlidePage

Messaggio importante del mese: qualche giorno fa è stata la Giornata Mondiale del Diabete.

Vi chiedo, se potete, di aiutare la Fondazione Italiana Diabete: dietro questa realtà ci sono persone che si impegnano affinché la ricerca possa trovare una cura al diabete di tipo 1, e da qui cito Francesca Ulivi, Direttore Generale e Comunicazione della Fondazione: “Purtroppo c’è grande confusione tra diabete di tipo 1 e diabete di tipo 2. Il tipo 1 è una malattia autoimmune come il lupus, la sclerosi multipla. Non c’è cura e l’insulina non ci guarisce, ma ci tiene in vita, una vita estremamente complessa. Quindi se volete aiutarci, vi ringrazio moltissimo e se volete addirittura condividere sui social vi ringrazio ancora di più.”

Questo il link alla donazioneQuesto il link allo spot, anche una condivisione fa molto.


Siete arrivati fino a qui? Eroi. Grazie mille ancora, sempre, del vostro supporto, delle vostre parole gentili via mail e su ogni piattaforma in cui esisto. Fatemi sapere cosa ne pensate, se state bene, condividetemi i vostri meme di TikTok preferiti.

E come dice la mia webstar del momento, nel frattempo riflettiamo sulla vera essenza della felicità.